Lui & Lei
L'Imprevisto di una Mattina d'Autunno
04.11.2025 |
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"Divaricai le sue gambe, appoggiandomi su di lei, con la mia erezione che sfiorava la curva perfetta del suo sedere..."
In una fresca e tersa mattina di sabato primo ottobre, l'aria sapeva già di castagne e di umidità autunnale. Il cielo era di un azzurro pallido e le prime foglie, tinte di giallo zafferano e rosso ruggine, iniziavano a scendere pigramente sui marciapiedi di porfido della mia città. Passeggiavo distrattamente, le mani affondate nelle tasche del cappotto leggero, godendomi la rara quiete del mio giorno libero. L'unica missione: un caffè senza fretta, un piccolo lusso solitario.
Decisi di entrare al "Barino", un bar senza insegne appariscenti, dall'odore confortante di arabica e brioche fresche. L'atmosfera era esattamente quella che cercavo: il brusio sommesso di chi legge il giornale e il tintinnio delle tazzine. Il mio sguardo, inizialmente vuoto, si posò con nonchalance sui volti seduti ai tavoli di formica.
Poi, l'interferenza.
Un lampo, un frammento di memoria incastonato tra il fumo del caffè e il vetro appannato. Incontrai lo sguardo di Michela.
Non la vedevo da almeno dieci anni, forse di più. Il tempo sembrava averla solo levigata, come un sasso prezioso. “È lei? Non è possibile,” mormorai quasi a me stesso, un nodo di titubanza che mi stringeva la gola. La fissai, e lei, dopo un istante di sospensione, mi riconobbe. Il suo sorriso si allargò in una luce inconfondibile. “Sì, è lei. Nessun dubbio.”
Era sola, seduta a un tavolino d'angolo, e con un gesto aggraziato e disinvolto, tirò indietro la sedia di vimini, invitandomi. Appena le fui vicino, fui avvolto da un'ondata del suo profumo: gelsomino e vaniglia speziata, allegro e sensuale. I miei sensi ne furono rapiti all'istante.
“Ciao... ma allora non sei cambiata di una virgola?” le chiesi, con un tono che mischiava meraviglia e nervosismo.
Lei scosse la testa, i suoi lunghi capelli biondi si mossero come seta liquida. “Ma nooo, perché dovrei... sai che io sono così, sempre stata la stessa,” rispose con quella sua risata cristallina.
Sì, lo sapevo. E quelle parole, la sua risata, la sua presenza, agirono immediatamente come una calamita potente.
Il cameriere depositò il mio espresso fumante sul tavolo. Presi la mia tazza e mi accomodai di fronte a lei. Michela portò la tazzina di ceramica bianca alle labbra, sorridendomi appena sopra il bordo. Io le restituii un sorriso impacciato.
Indossava un maglioncino nero a collo alto, finemente lavorato e incredibilmente aderente, che rendeva onore alle sue forme in modo inequivocabile. Lei lo sapeva, e con la sicurezza di chi è consapevole della propria bellezza, faceva la preziosa, distogliendo i miei occhi con la domanda: “Allora, raccontami, cosa hai combinato in questi dieci anni?”
Il resto della conversazione si svolse in una rapida sintesi delle nostre vite, un sorseggiare lento e quasi cerimoniale del caffè, mentre ci perdevamo nei ricordi, unendoli con doppi sensi sempre più eleganti e maliziosi. Iniziarono leggeri, con un occhiolino sul passato, e si fecero via via più espliciti, quasi a sondare un terreno.
All'improvviso, un silenzio denso.
Mi guardò. Non era lo sguardo distratto di prima, ma un’intensità bruciante che non accennava ad abbassarsi. I suoi occhi chiari luccicavano. Passarono quelli che sembrarono dieci minuti, anche se forse erano solo tre secondi, un'eternità sospesa.
Poi, ruppe il ghiaccio. “Dove pranzi?”
Quasi per inerzia, dissi che potevamo cercare un ristorante lì vicino.
“Oppure sali da me,” rispose con un tono fermo, quasi autoritario, che mi fece sussultare.
Tentai una debole e inutile protesta, ma la partita era chiusa. Avevo già capitolato nell'istante in cui l'avevo riconosciuta.
Pagai i due caffè. Uscimmo dal bar. Lei mi precedeva con una gonna in camoscio marrone chiaro che le accarezzava appena le ginocchia, abbinata a calze velate, quasi bianche, e un paio di décolleté vertiginose con tacco 12. Sembrava perfettamente pronta per un appuntamento... il nostro.
Il battere ritmico e incalzante dei suoi tacchi sul pavimento di pietra del marciapiede fece ribollire il sangue nelle mie vene. Dovevo mantenere la calma, ma i miei occhi erano incollati a lei. Lei lo sapeva. Andò avanti di qualche metro, poi si girò di scatto. Il suo sorriso era un misto di trionfo e giocosità, un silenzioso “Ti ho beccato in flagrante.”
Continuò la sua risata, si fermò, mi prese delicatamente a braccetto e ci incamminammo verso casa sua. Abitava a poche centinaia di metri, ma lei si impegnò a percorrere quella distanza nel modo più lento e sensuale possibile, rallentando la nostra marcia con aneddoti e sguardi fugaci.
Arrivati davanti al portone, prese le chiavi dalla sua piccola borsa di pelle. Entrammo velocemente. La porta si richiuse con un tonfo sordo che sigillò il mondo esterno. Il silenzio avvolgente e la luce fioca del corridoio d’ingresso mi fecero capire di aver varcato la soglia di un nuovo, intimo mondo.
Salimmo nel suo appartamento. Mi sedetti sul divano di pelle scura e, nel giro di due minuti esatti, avevo tra le mani un bicchiere di Prosecco Brut, con le bollicine che danzavano allegramente.
Michela si avvicinò. La gonna si sollevò impercettibilmente. Volle brindare, sporgendosi in avanti verso di me: la gonna salì ancora, un invito non verbale. Lei non fece nulla per sistemarla, solo un sorriso sornione. Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò, un dardo di intesa che mi trafisse il cervello. Il suo profumo, ora più intenso e vicino, cominciava a farmi girare la testa.
Si accomodò, accavallando le gambe con lentezza studiata. La gonna scoprì sempre più pelle. Scoppiò in una risata divertita dalla mia evidente impazienza, prese il mio bicchiere e si avviò verso il lavello. Fece due passi, si girò e mi sorrise.
Mi alzai. La seguii. Lei accelerò leggermente, quasi scappando. Ridacchiava.
Mentre puliva distrattamente i due bicchieri, la abbracciai da dietro, il mio corpo aderente al suo. Lei non oppose resistenza, anzi. Apprezzò. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente. Le mie mani si incrociarono all'altezza del suo ombelico. Respirò ancora, il capo reclinato.
Poi si girò. I suoi occhi chiari si piantarono nei miei, penetrandomi. Il mio cuore batteva all'impazzata, in una sincronia perfetta e inebriante col suo.
Si rigirò di nuovo. Le spostai i capelli sul lato del collo. Lei inclinò la testa e mi porse l'orecchio. Iniziai a baciarla delicatamente sul lobo, una carezza umida e leggera, poi mi fermai. Iniziai a ondeggiare lentamente il corpo, un ballo sensuale che lei comprese e assecondò. Sorrise, chiudendo gli occhi.
“Se ti fermi, ti uccido,” mi sussurrò, con un tono basso e roco.
Sentii il sudore freddo sulla schiena. Il profumo della sua pelle calda, mescolato al gelsomino, mi invase. Le mie mani si mossero lentamente ma con una crescente nervosità sul suo ventre teso. Scesi con la punta della lingua lungo il suo collo, un leggero sfioramento. Lei mi prese le mani e le strinse forte a sé, sospirando.
Si fermò, poi si girò di scatto, la sua onda di capelli biondi che mi sfiorò il viso. Mi baciò lievemente. Si fermò, alzò il piede sinistro, quasi in punta. Le nostre labbra si dischiusero e le nostre lingue iniziarono una danza febbrile, trasformandoci in un'unica entità. Tutto intorno a noi svaniva.
Lei spinse il suo bacino contro il mio, sentendo la mia erezione attraverso i tessuti, e sospirò sonoramente. Si separò, prendendomi la mano destra. Mi guidò in camera da letto. Accese una luce arancione, appena soffusa, che illuminava appena le lenzuola di raso nero.
Mi guardò. Portò le mani dietro la schiena, i suoi occhi fissi nei miei, un fuoco d'attesa.
Cominciò lentamente ad abbassare la zip della gonna che, in un secondo, cadde a terra. Sollevò il piede destro, poi il sinistro, liberandosi con una sensualità studiata del prezioso indumento. Sotto, scoprii delle fantastiche autoreggenti bianche con bordo di pizzo, che mi fecero sussultare.
Ondeggiò, sfilando il maglioncino. Rimase solo in reggiseno e perizoma. Si girò. La ammirai. Era la cacciatrice, io la preda.
Dandomi le spalle, sganciò il reggiseno, togliendolo e sollevandolo in alto, un trofeo, prima di lasciarlo cadere. Ondeggiò ancora, si avvicinò e strofinò lentamente il suo bacino sulla patta dei miei pantaloni, aumentando la mia eccitazione fino al limite.
Poi si lasciò cadere a pancia in giù sul letto. Scostò i capelli dalla schiena con un gesto veloce.
Mi spogliai e, in un lampo, fui sopra di lei. Mi fermò, mi guardò e mi ordinò perentoriamente: “Ora, massaggio.”
Dovetti eseguire. Era un ordine.
Iniziai dalle spalle, con movimenti lenti e rotatori. Scesi lungo tutta la spina dorsale. Lei apprezzò, iniziando a muovere dolcemente il bacino. Scivolai giù, sfiorando la sua rosellina, poi massaggiai ampiamente i glutei sodi. Ritornai a sfiorare la sua intimità: lei sospirò. Risalii.
Divaricai le sue gambe, appoggiandomi su di lei, con la mia erezione che sfiorava la curva perfetta del suo sedere. La massaggiai con i pollici, dalla spina dorsale verso l'esterno. Mi accovacciai di nuovo su di lei e ricominciai a baciarle il lobo sinistro dell'orecchio, scendendo lungo il collo. Tutto lentissimo.
Infine, la feci girare.
Era rossa in viso, mi guardò, sorrise, poi abbassò lo sguardo. I suoi capezzoli turgidi mi rapirono. Li imprigionai tra pollice e indice e iniziai un leggero movimento rotatorio. Lei si contorse, emettendo qualche flebile gemito. Poi le presi i seni da sotto, massaggiandoli verso l'alto per otto, dieci volte.
Mi alzai, scesi giù e iniziai a sfilarle il perizoma. Era zuppo dei suoi umori, un profumo intenso, di femmina, come non lo ricordavo. Divaricò le gambe, offrendosi completamente. Non resistetti. Massaggiai le grandi labbra con due dita, cercando di rallentare, ma ero intrappolato in un vortice senza scampo. Entrai con l'indice destro a uncino. Lei si avvinghiò a me, mugolando.
Poi mi prese il viso tra le mani e mi disse: “Ora scopami. Ti prego.”
Non potevo più resistere.
Entrai in lei.
Fino in fondo. Due spinte profonde, poi una più leggera. Poi ancora colpi intensi alternati ad altri più dolci. Le vene pulsanti del mio sesso sfregano sulla parete interna della sua intimità. Lei godeva, aveva perso il senno, urlando parole incomprensibili. Tentai di resistere, ma il mio desiderio pulsava sempre più forte.
“Mi fai morire!” urlò.
E io capitolai, riversando dentro di lei tutto il mio piacere.
Rimanemmo sfiniti, l'uno sull'altra. Il battito tornò normale. Respirammo, abbracciati, per un tempo che mi sembrò l'infinità di un mattino d'ottobre. Grazie, Michela.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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